giovedì 17 maggio 2012

NINA SIMONE


“La sua voce puntava dritta alla gola di un pubblico bianco. Poi puntava al cuore. Poi puntava alla testa”. Così Sam Shepard, sceneggiatore e registra teatrale, descrive, con poche parole, la grandezza di Nina Simone. Cantante e pianista afroamericana di jazz, per quanto nelle sue esibizioni c’è di tutto: jazz, blues, gospel, soul, R&B e a volte persino il pop e il folk. La sua voce è molto simile a quella di Billie Holiday. Lo stile è quello sofferto, triste e malinconico. Di sicuro questo è dovuto alla stessa radice e alle stesse problematiche avute nella vita, alle stesse sofferenze subìte a causa del colore della pelle, della loro provenienza geografica e culturale. Il suo stile è incredibilmente espressivo, non ricorre a nulla che non sia “sentito”, nessun virtuosismo, nessuna scala d’effetto. Tutto quello che canta è quello che vive dentro di sé. Il suo piano è bello, tecnico ma anch’esso ha un linguaggio comprensibile, maturo ma senza eccessi, come se volesse essere compresa da tutti, come se sapesse che questa comprensione, mai ricevuta in tutta la vita, potesse giungerle solo attraverso il linguaggio musicale.
Se si dovesse dare un colore alla sua musica sarebbe nero assoluto, la sua voce è calda, struggente, la sua espressione è apparentemente recitativa ma assolutamente non voluta, sembra annoiata, impettita e indispettita, ma è inevitabile quando devi “cantare” una vita come la sua.
In Italia è conosciuta senza dubbio per aver riportato al successo lo standard “My baby just cares for me”, brano del 1930 di Kahn e Donaldson, trasformandola in una versione pianistica nella quale evidenzia una ammirazione particolare per Bach. La sua voce, in questa esibizione, è rauca, calda e ironica. Ma in realtà tutto quello che decide di interpretare lascia un segno incancellabile sulla propria anima. Per esempio “Don’t smoke in bed” di Wiliard Robinson, o ancora “Love me or leave me” sempre di Kahn e Donaldson, standards che assicurano una serie di brividi lungo la schiena.
I suoi rapporti sentimentali falliti e difficoltosi, il mancato pagamento delle tasse per protesta della guerra in Vietnam e, di conseguenza, la prigione, la sua attività e il suo continuo movimento per i diritti civili e le problematiche femminili, la lotta contro il razzismo, il tentativo di suicidio sono leggibili attraverso l’ascolto delle sue incisioni. Basta ascoltare “Four women”, fotografia della vita di quattro donne nere, o “Mississippi Goddam” in onore dell’uccisione di un leader dei diritti civili e di quattro ragazzi di colore, o ancora “Why? (The king of love is dead)”  scritta per l’assassinio di Martin Luther King, e si viene colpiti da tutto il suo trasporto emotivo caratterizzato da dolore, solitudine e anche da un pizzico di ira nei confronti dell’ingiustizia sociale. Muore il 21 aprile 2003, dopo una vita continua di lotta. Si sposa due volte e subisce continue umiliazioni da parte degli uomini nella vita privata e nel lavoro. Viene picchiata dal suo manager e marito Andrew Stroud, è assalita e percossa dall’uomo con il quale ha poi convissuto per anni e finisce in ospedale, successivamente diventa compagna un importante politico che le rende la vita difficile e sofferente. Questa relazione si conclude con l’uccisione dell’uomo raggiunto dalla pallottola di un criminale. Tutto questo e altri aneddoti sulla sua vita complessa, sul suo carattere duro e testardo lo si trova scritto  nella sua autobiografia “I put a spell on you”, dove con il suo tipico sarcasmo racconta tutti i dettagli di una vita vissuta intensamente, in ogni cosa che la vedesse impegnata.
Nel concerto del 5 maggio 2002 all’Auditorium di Roma, Nina Simone dà dimostrazione di quanto, a 69 anni, si abbia ancora da dire. Ma  è esausta. Forse anche di ripetere le stesse cose e vedere che poco è cambiato. “Ascolto solo Bach, Chopin e Maria Callas, dormo molto. Lavorare per quarant’anni non è uno scherzo e io sono davvero molto stanca”. Il pubblico percepisce la sua fatica che lei non nasconde. Dopo aver cantato un brano dice: “Mancano ancora venti minuti? Oh, My God. O mio Dio”. E la gente applaude perché Nina Simone è da applaudire anche per questa sua sincerità, oltre che per aver fatto una musica sublime, carismatica, magnetica. Ma forse, questo sua voglia che il concerto finisse presto, l’aver dimenticato di presentare il gruppo, il non aver concesso nemmeno un bis, le fa comprendere di essere arrivata all’ultima pagina di un grosso album di fotografie e di aver appena attaccato l’ultima istantanea. Una istantanea, logicamente, in bianco e nero.“Voglio che gli altri si rendano conto di come le lotte di una donna coraggiosa possano avere un impatto che duri anche dopo la sua morte”.

viviinjazz

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MILES DAVIS



Una ragazza borghese di Washington gli chiese cosa avesse mai fatto per essere stato invitato ad una serata alla Casa Bianca in onore di Ray Charles. Rispose: “io ho cambiato la musica quattro o cinque volte. Lei cosa ha fatto di così importante, oltre ad essere bianca?”. Vi presento il trombettista Miles Davis, il musicista tra i più arroganti e tra i più ad aver sofferto per il colore della sua pelle. Ma è vero. Ha cambiato il suo modo di suonare il jazz molte volte. Basta pensare che comincia con Parker e Gillespie esprimendosi nel be bop e termina con un jazz elettronico, quasi psichedelico. Passa dallo stile cool al jazz modale, dalla fusion al jazz rock. Vari i suoi appellativi: “il divino”, “il principe delle tenebre”. I suoi inizi sono testimoniati dal cd “Birth of the cool” e dalle varie registrazioni con Mulligan e Bill Evans. Questo jazz è caratterizzato da contrappunti, armonie leggere, interpretazioni rilassate. Il suono della sua tromba è afono, tranquillo e caldo. Ma con l’immediato successo, Davis regala la sua vita alla droga e la sua musica ne avverte la sofferenza. La tecnica comincia a perdere serenità e dolcezza, le note sono colme di eroina, l’entusiasmo si smarrisce nel vuoto, ma il pubblico continua a seguirlo ovunque. Nel ’55 Davis sperimenta la creazione di un quintetto che lo condurrà dritto dritto nella storia del jazz. La sua musica diventa più astratta, fredda e molto tecnica. Non ha più quei fraseggi teneri e comprensibili e diventano innumerevoli gli acuti e le battute colme di note, estremamente mature ma senza sangue nelle vene. La musica di questo periodo certamente esprime appieno gli anni bui di Davis, dovuti ai suoi problemi di salute e soprattutto al successo del trombettista Chet Baker che fa una musica completamente diversa dalla sua e che, principalmente, è bianco. Non nasconde mai l’odio verso Baker, dichiarando spesso che il vero trombettista si chiama Miles Davis e mettendo a dubbio la sua virilità, per il suono dolce e sensuale della sua tromba e della sua voce. Nel ’57 afferma: “bisogna accettare che il jazz è cambiato. Non è più lirico e armonico ma modale ”, esaltando così il suo modo di suonare e prendendosi anche un po’ il merito di quel cambiamento. Sempre nel ’57 Davis, con il grandioso batterista Kenny Clarke firma la colonna sonora del film “Ascensore per il patibolo”, pellicola assolutamente da vedere. Nessuno avrebbe potuto fare meglio. La sua tromba è quella giusta per accompagnare le immagini del film. C’è mistero, arroganza, emozioni a non finire. Fa parte certamente della lunga schiera di jazzisti carismatici, dalla personalità molto forte e il suo jazz è assolutamente inimitabile e inconfondibile. Intorno al ’68 si getta nel jazz elettrico, jazz basato su sintetizzatori e fiati elettrificati. Con questo jazz, Davis cambia il suo pubblico, perdendo i sostenitori del jazz “classico” e avvicinando un pubblico più giovanile, forse meno “impegnato”. Resta il fatto che inizia un nuovo periodo del jazz, perché dopo Davis, anche musicisti come Hancock, Corea, Zawinul dedicano la loro arte all’elettronica. Usando strumenti elettronici è logico che si entra in una musica più colorata, più varia, più fantasiosa, che perde, però, il senso reale del jazz perché molti suoni sono artefatti e si fa uso di “trucchi” per creare effetti nuovi e stupefacenti. Ma si differenzia dal rock e da tutti gli altri generi musicali che adoperano strumenti elettronici per il fatto che resta, senza dubbio, una musica matura, basata su una tecnica jazzistica e su una improvvisazione che ha alle spalle anni di storia e di testimonianze musicali dei migliori jazzisti al mondo. Diciamo che il netto cambiamento di stile di Davis avviene quando la sua salute lo abbandona sempre di più. È tornando da una lunga convalescenza dovuta al diabete e alla dipendenza di eroina e cocaina che Davis comincia a dedicarsi alla fusion per abbandonare lentamente il jazz “più serio”, forse perché si accorge che facendo una musica più commerciale, più comprensibile, avrebbe potuto risolvere, quanto meno, i problemi finanziari e avrebbe potuto procurarsi la droga più facilmente. Ma resta un grandioso genio del jazz, suonando fino a 65 anni, morendo a Santa Monica per un attacco di polmonite. Per la sua “bipolarità” professionale è amato da tutti, perché proprio per aver cambiato stili musicali, ognuno di noi ha un piccolo posto per lui. C’è chi lo ama per il suo jazz e si emoziona con “’Round About Midnight”, chi lo ama per le sue composizioni rock e schiocca le dita con “In a silent way”, perché come pochi sanno fare, rinnovandosi sempre, sa ipnotizzarti, meravigliarti, emozionarti e catturarti.

viviinjazz
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MICHEL PETRUCCIANI


    

 Un “piccolo” genio nasce nel 1962 a Montpelier, in una famiglia di musicisti. Purtroppo Michel è affetto da una deficienza di calcio, scientificamente chiamata “ostegenesis imperfecta”, anche nota come “malattia delle ossa di vetro” che ne blocca la crescita. Questa malformazione lo porta, lentamente, alla morte nel 1999. Ma questa è l’unica cosa negativa che dirò di Michel, anche perché è l’unica di questo piccolo corpo, ostacolato nei movimenti, con una faccia simpatica  e due grandi occhi colmi di vitalità.
     Dio, o chi per Lui, ha voluto che le mani di Michel rimanessero estranee a questo male, mani che lo hanno reso un musicista e pianista straordinario. La sua è una lotta contro il tempo, sa di avere i giorni contati e questo pensiero è presente in ogni sua composizione, è percepibile in ogni nota e in ogni silenzio delle sue improvvisazioni.
      Solo una cosa a proposito della sua malattia. Michel scrisse un blues intitolato “Dumb Breaks”. Un blues “dedicato”, in qualche modo, al rumore che facevano le sue ossa quando si  rompevano. È un blues energico che rende l’idea del suono che si sente quando qualcosa si disintegra, creando una situazione fastidiosa e, nel suo caso, anche dolorosa.     
     Potrei parlare tanto di lui e sarebbe sempre troppo poco, risulterebbe riduttivo. Il suo virtuosismo, l’acuta sensibilità dell’armonia, la pulizia e la leggerezza del fraseggio, la tecnica illimitata, la capacità di far “parlare” il pianoforte e di far dimenticare completamente il suo handicap a chi gli era di fronte. All’interno di un suo concerto o di una sua registrazione non si è mai udito nulla di scontato, nulla di ripetitivo e vive un linguaggio evolutivo dove trova spazio la ricchezza dello swing, il calore della bossanova, le influenze delle forme classiche, tra cui  quelle di  Beethoven e di Bach.  Ma preferirei parlare più dell’uomo Petrucciani e del suo rapporto intimo con la musica, perché credo possa insegnare tanto a chi, oggi, è già un musicista di talento e a chi, invece, sta studiando per arrivare ad esserlo, certo che lo si possa diventare solo con la tecnica.
      Petrucciani diceva sempre “suonare è comunicare”.  Nelle sue note era ovvio che il suo solo pensiero era quello di rendere chiaro quello che voleva esprimere. Si dichiarava un po’ ladro di Erroll Garner, di Bill Evans, di Oscar Peterson, ma ci teneva a sottolineare che il suo stile era il suo stile. Lo stile di un musicista consiste nel suonare e basta. Lo stile non è cercare di mettere insieme elementi particolari con lo scopo di colpire l’attenzione dell’ascoltatore, bensì, si costruisce essendo sé stessi, lasciando andare le mani sulla tastiera e lasciando parlare l’intimo, il dolore, la gioia, la voglia di vivere e persino quella di morire. 
        Michel era preoccupato per il Jazz di oggi. Era convinto che i giovani musicisti hanno una tecnica maggiore grazie alle documentazioni, al materiale dei grandi jazzisti del passato, grazie alle trascrizioni, alle registrazioni lasciate nella storia della musica. Ma era altrettanto certo che questa cultura, ottenuta troppo rapidamente, senza viverla, non sarebbe mai riuscita a sostituire quella reale, quella ottenuta, invece, combattendo, lottando intensamente, giorno dopo giorno. Diceva:“il Jazz di oggi non trasmette quasi nulla. Non trasmette l’odio, il coraggio, la voglia di farcela in un mondo non facile. È un altro modo di vivere la vita e la musica, si sa,  è lo specchio della vita che viviamo. Chi non ha combattuto fa una musica fredda, senza senso. Non sento niente di nuovo, di caldo, di profondo nel Jazz di oggi. Io sono contento di appartenere ad un’altra generazione, a quella della fame, a quella del dolore”. Per questo motivo Michel Petrucciani sperava di riuscire a fondare, prima di morire, una scuola di Jazz internazionale in Francia. “E’ il lavoro della mia vita. Il Jazz sta morendo”.
      Oggi, a 5 anni dalla sua morte, forse, noi musicisti dovremmo tutti ripensare a queste parole, diventando nel nostro piccolo, una minuscola scheggia di quella scuola che avrebbe voluto costituire.
       A chi volesse cominciare a conoscerlo consiglio, per iniziare, il cd “Au Theatre des Champs-Elysees” del 1997, all’interno del quale c’è anche un omaggio al Jazz di Thelonious Monk. Michel afferma di essere solo in tre, in questa occasione: lui, il pubblico e il pianoforte. Un’occasione nella quale lui vuole essere onesto con chi lo ascolta. Perché “l’onestà è la prima virtù dell’artista”. Ha dichiarato di aver avuto paura nel trovarsi solo, con la sola compagnia del suo piano, davanti a duemila persone. Ma poi, quando è partita la prima nota, tutto ha cominciato a prendere forma, tutto è diventato facile.
       Aveva una visione del mondo romantica e ottimistica, e a proposito, vorrei  concludere citando un passo di una intervista rilasciata al giornalista Romain Grosman: “quando ho cominciato questo lavoro avevo voglia di sentirmi libero come un uccello, di poter volare dove mi pareva. Quella sensazione l’ho trovata solo con il pianoforte. Posso rompermi la faccia o qualsiasi altra parte del mio corpo ma sono libero. Volo. È il mio sogno che si realizza”. Ed è così, Michel. Ti sento suonare, nell’immensità del cielo. Sento suonare le note della tua versione di “Estate” di Bruno Martino, note con le quali io, personalmente, ho cominciato ad amarti e, per quel che vale, posso solo dirti grazie.


viviinjazz

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http://www.youtube.com/watch?v=HR_IeIPjK5g